La Scarzuola

Il Convento

La chiesa di S. Maria di Montegiove, ovvero la “Scarzuola”, prende tale nome da “scarza”, ramoscello fronzuto, frasca di pianta acquatica che cresce nella zona, usata fino a qualche decennio fa per realizzare sedie[1]. Secondo l’Ughelli, dopo il passaggio di San Francesco nel 1282, Nerio di Bulgaruccio dei conti di Marsciano, proprietario di quelle terre, fece costruire una chiesa dedicata alla Santissima Maria Annunziata e un piccolo oratorio che affidò alle cure dei Minori; lui stesso, dopo la morte della moglie, indossò il saio ed i suoi figli edificarono un convento divenuto sepolcro della nobile famiglia. I frati, con la forza delle preghiere, assunsero il ruolo di pii guardiani delle tombe dei conti. Sotto il pavimento della chiesa furono sepolti lo stesso Nerio e molti suoi discendenti, fra i quali Todeschina, figlia minore del capitano di ventura Gattamelata di Narni e sposa di uno dei nobili marscianesi[2].

Affresco che ritrae San Francesco che costruisce una capanna di Scarza

Conferma quanto asserito dall’Ughelli circa la costruzione dell’oratorio, la memoria di un atto rogato proprio nel 1282 dal notaio Apollinare Benerendi nella dimora del vescovo di Orvieto Francesco Monaldeschi, ormai “in hospitio”, restituito da sconosciuto scriba con nota “signum dicti Apollenaris”:

In nomine Domini Amen. Noverint universi hoc presentes instrumentum publicum inspecturi, quod…nobilis vir frater Nerius condam filius Borgarutii olim domini Ranerii Borgarelli comitis de Marsiano, frater de penitentia ordinis continentium, in presentia Venerabilis patris domini Francisci Dei et apostolice sedis gratia constitutus, eidem domino Episcopo humiliter supplicavit ut in contrata Montis Iovis, in loco qui dicitur Collis Pornellesis, Urbevetani diocesis, faciendi ad laudem et reverentiam Dei omnipotentis unum oratorium, licentiam concedere dignaretur. Qui dominus Episcopus eiusdem fratris Nerii precibus inclinatus, eidem concessit licentiam predictum oratorium faciendi…

Acta sunt hec in civitate Urbevetana in hospitio quod olim fuit filiorum domini Petri Gani ubi supradictus dominus Episcopus morabatur, in camera videlicet ipsius domini Episcopi.…

…Et ego Appollenaris Benemrendi auctoritate alme Urbis prefecti notarius… scripsi et publicavi…

Signum dicti Apollenaris[3].

Nell’ottobre del 1357, il vescovo di Orvieto Ponzio de Péret, ricevuto con processione dall’allora rettore frate Angelo, visitò Santa Maria di Montegiove e riconobbe la chiesa “in spiritualibus et temporalibus sufficienter rectam et gubernatam”, secondo il breve appunto che oggi resta:

…Anno Domini millesimo trecentesimo quinquagesimo septimo… dominus Pontius Dei gratia Episcopus Urbevetanus accessit personaliter ad visitandum Ecclesiam Sancte Marie de Monteiovis sue Urbevetane diocesis, ubi fuit processionaliter receptus per fratrem Angelum ipsius Ecclesie rectorem, quam Ecclesiam reperit in spiritualibus et temporalibus sufficienter rectam et gubernatam…[4]

La chiesa fu denominata della Scarzola e venne affidata ai frati Minori, che l’ampliarono dedicandola alla SS. ma Annunziata e annesso alla chiesa eressero un capace Convento.
(mancano riferimenti)

La città ideale di Buzzi.

Dal 1958 al 1978, l’architetto progettò e costruì, nella valletta dietro al convento, una grande scenografia teatrale che egli definì “un’antologia in pietra”, rimasta volontariamente incompiuta, che permise il recupero di esperienze visive del passato: Villa Adriana per la palestra, piscina, terme eccetera, Villa d’Este (Tivoli) per la Rometta dell’architetto-archeologo Pirro Ligorio, i sette edifici nell’Acropoli (Partenone, Colosseo, Pantheon, Piramide, Torre dei venti, Tempio di Vesta, Torre campanaria); Bomarzo per l’effetto di gioco e meraviglia (barca, Pegaso, mostro).

Solo in funzione teatrale sono pienamente legittimate le costruzioni fuori tempo, le false rovine, le città ideali. L’aggancio in tema di scenografia è quello di modelli rinascimentali di Andrea Palladio, Vincenzo Scamozzi e Sebastiano Serlio.

Il complesso si sviluppa dentro una spirale formata dai pergolati. All’interno di questi vi è un asse verticale che dalla statua scheletrica del Pegaso, attraverso un sistema di terrazzamenti, conduce a un anfiteatro, al teatro agnostico, al teatro erboso, per finire alla torre colonna rotta e a un asse orizzontale delimitato a sinistra dal teatro delle api, al centro dal palcoscenico con labirinto musicale, e a destra dalla città Buzziana con al culmine l’Acropoli.

Una contraddittoria relazione di tipo iniziatico viene a stabilirsi tra l’antico convento e le intellettualistiche fabbriche del teatro, sovraccariche di simboli e segreti, di riferimenti e di citazioni: dalle allusioni a divinità sia pagane sia cristiane, ai ricordi delle Ville di Plinio, al “AB OLIMPO” di Montagna, al Polifilo di Frate Colonna, alle idee non concretate di Francesco Borromini e Filarete. Lo stile che meglio interpreta l’ansia di licenza di Buzzi è il neo-manierismo che egli identifica anche nell’uso di scale e scalette in tutte le dimensioni, allungamenti di membrature architettoniche, varietà di modi alla rustica, un po’ di mostri, volute sproporzioni di alcune parti, statue verdi all’Arcimboldi, affastellamento di edifici, di monumenti, un che di labirintico che arriva a un certo surrealismo, di evocativo, di sinuoso, di antropomorfico, di geometrico, astronomico, magico.

La Scarzuola è visitabile, in piccoli gruppi prenotando al numero 0763.837463

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[1] Vuole la leggenda che in un imprecisato periodo del 1218, Francesco d’Assisi tornando da uno dei suoi viaggi a Roma o a La Verna, costruì in questo luogo romito e solitario un giaciglio di scarza, vicino alcune grotte. Le sue preghiere fecero scaturire una fonte miracolosa e Francesco piantò allora un lauro e rose, simboli di sacralità e bellezza; si fermò qualche giorno e alcuni frati che lo seguivano ne fecero il loro eremo; fra loro Senso, religioso perugino, vissuto proprio alla Scarzuola per lunghi anni e, rallegrato dal dono dell’estasi e delle lacrime, finì qui i suoi giorni nel 1270. Sull’antico convento della “Scarzuola”, oggi nota per la Città Ideale iniziata a costruire dall’architetto Tommaso Buzzi intorno al 1958, vd. CORRADO FRATINI, Un’immagine nuova di Francesco d’Assisi e altri affreschi nella chiesa di S. Maria della Scarzuola, in Buzzinda, la città buzziana a Montegabbione, Terni, 2003, pp. 6-10; CHIARA FRUGONI, L’affresco di S. Francesco alla Scarzuola, ibidem, pp. 14-17; STEFANO BOTTINI, MARCO NICOLETTI, Scarzuola. Il sogno ermetico di Tommaso Buzzi, Perugia, Percorsi d’Arte, 2007.

[2] F. UGHELLI, op. cit., pp. 35 e 58.

[3] Archivio Vescovile Orvieto, Cartulari, Codice A, c. 174/3, vd. Appendice documenti, n. 5, pp. 36-37; circa i Continenti, frati del Terzo Ordine di S. Francesco che conducevano vita eremitica, ospedaliera, esercitando anche ospitalità a beneficio dei passanti vd. FRANCESCO MATTESINI, Bartolomeo da Colle, le origini del Terz’Ordine francescano: regola antica e vita del beato lucchese, Milano, 1984.

[4] Ivi, Codice B, c. 25/1, vd. Appendice documenti, n. 12, p. 53.